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Alpinismo e trekking in Nepal, Guide Star Mountain
Al cospetto dell'Everest - Novembre 2000
di Marco Rocca
Campo Base dell’Island Peak, 5.000 m. di quota: il bianco abbacinante della neve sui monti, il verde sonnolento di una vallata lontana e al di sopra di tutto gli ultimi raggi di un sole giaguaro in un cielo vergognosamente blu. Guardo la notte che viene dall’est e resto inchiodato su un sasso, incapace di fare l’ultimo passo decisivo, di abbandonare tutto e partire per quell’Altrove così a portata di mano e insieme così irraggiungibile. Resto lì, e penso che quel mondo non sarà mai il mio patrimonio, ma tutti gli sforzi e la fatica fatti per arrivare fin qui improvvisamente sembrano acquistare un senso nel riuscire almeno a capirlo un po’ di più. Ma si, chiamiamolo Oriente, chiamiamolo Nepal. Paesaggi maestosamente desolati, l’affanno costante del respiro dovuto all’altitudine, i canti dei monaci che sembrano incantesimi, i pellegrini che fanno girare le ruote delle preghiere, l’odore forte delle spezie: immagini alla rinfusa per provare a raccontare una terra di deliri di bellezza, contrassegnata da un inarrivabile silenzio che purifica tutto e lascia nell’animo una dolcezza inesprimibile di sogno, come raggiungere una patria dimenticata o come arrivare nella mitica Shangrilà di Orizzonti Perduti.

I sentieri del Nepal ci offrono l’opportunità di entrare in contatto con quel crogiolo di etnie che abitano questo piccolo regno, insieme al popolo Sherpa, e ci schiudono le porte di un mondo con tradizioni completamente diverse da quelle occidentali. Per tale motivo il trekking è, prima di tutto, un’affascinante esperienza culturale. Un esperienza profonda e radicale, che per qualcuno potrebbe essere addirittura devastante (ma certamente benefica). E’ una pratica, non più fattibile in occidente, che al ritorno ci spinge ad interrogarci e a ridimensionare i valori della nostra "civiltà". Lontani dal lavoro e dalla frenesia quotidiana, ma anche lontani da tutte le comodità e le sicurezze cui siamo ormai assuefatti, ci si sente particolarmente fragili e vulnerabili. E solo in luoghi così, dove la gente diversa e una cultura ricchissima e millenaria ci fanno davvero sentire su un altro pianeta, è possibile fare un simile e salutare esercizio di "selvatichezza", utile per allargare gli orizzonti mentali e per conoscere meglio noi stessi.

Il Nepal è un crocevia di commerci, culture e popoli diversi. Un mondo sorretto da una rarefatta e spiritualissima armonia dove anche le due religioni principali (induismo e buddismo) sono strettamente incrociate tra loro e rappresentano un modello invidiabile di pacifica convivenza. Ce ne accorgiamo subito quando arriviamo a Kathmandu, dove regna il caos più totale ma dove, ciononostante, tutto in qualche modo funziona, come fosse regolato da un equilibrio superiore. Nella capitale nepalese vale sicuramente la pena visitare il quartiere di Thamel, in cui negozietti di ogni genere si susseguono senza soluzione di continuità, e Durban Square, il centro cittadino con la maggior concentrazione di templi. Ma le cose che ci colpiscono di più sono le macellerie a cielo aperto con la carne coperta dalle mosche e i negozi di dentisti con le dentiere messe in bella mostra, pronte per essere provate sul posto.

Il giorno dopo è dedicato alla visita del tempio induista di Pashupatinath, dove vengono cremati i cadaveri e dove alcuni santoni variopinti si lasciano fotografare per qualche rupia. Ai templi buddisti di Swayambhunath, il "tempio delle scimmie, e di Bodhnath invece l’atmosfera è più colorata e gioiosa e possiamo osservare i monaci intenti nei loro esercizi in mezzo alle bandierine e alle ruote di preghiera. Ma ormai è ora di partire per il nostro trekking, che prevede di risalire la valle del Khumbu fino al Kala Pattar (5.545 m.), sopra il campo base dell’Everest, con la successiva ascensione all’Island Peak, a 6.189 m. di quota.

Il volo per Lukla, a bordo di un piccolo Twin Otter da quindici posti, è di quelli da ricordare e l’atterraggio sulla pista in pendenza e con il fondo in terra battuta è da brivido. Il grosso dei bagagli viene caricato sugli yak, grossi bovini da trasporto, mentre il resto finisce sulle spalle dei portatori sherpa che utilizzano delle enormi ceste. Il pomeriggio finalmente ci si mette in cammino e subito impressionano i primi ponti sospesi che oscillano paurosamente su profondi canyons. La sera gli sherpa preparano il campo e la cena, e pian piano cominciamo a prendere confidenza con loro, che nei nostri confronti sono sempre di una gentilezza e di una disponibilità invidiabili, anche se la comunicazione verbale si ferma alla tradizionale espressione di saluto nepalese "namestè", spesso accompagnata da larghi e cordiali sorrisi.

Dopo un giorno di acclimatazione a Namche Bazaar proseguiamo fino al monastero di Tengboche, ripagati dalla bellezza del luogo e dall’atmosfera di autentico misticismo che vi si respira. Continuiamo a risalire la lunga vallata e dopo un paio di giorni di cammino arriviamo alla Piramide del C.N.R., dove incontriamo un tedesco colpito dal mal di montagna: l’altitudine gli ha provocato un edema cerebrale e per salvargli la vita alcuni sherpa sono costretti a farlo scendere di quota portandolo sulle spalle. Per noi questa è la notte più fredda di tutto il trek: la temperatura arriva a sfiorare i venti gradi sotto lo zero e nelle nostre tende mettiamo a dura prova la tenuta termica dei nostri sacco-piuma. All’indomani c’è la tanto attesa salita al Kala Pattar e tutti sperimentano la fatica e il fiato corto sopra la fatidica soglia dei 5.000 metri di quota. In cima però il panorama è superbo: finalmente possiamo ammirare il mitico profilo dell’Everest con il Colle Sud, il temibile Nuptse, l’elegante Ama Dablam e la straripante parete est del Pumori in un unico giro d’orizzonte. Siamo tutti felici ed emozionati.

Scendiamo quindi a Dingboche e rimontiamo una valle laterale che risale fino a Chukung, ultimo avamposto abitato, e più su fino al Campo Base dell’Island Peak (a circa 5.000 m. di quota) da dove si parte alle tre del mattino per la scalata alla vetta. Dopo aver rimontato per ore un faticoso terreno roccioso arriviamo al ghiacciaio sommitale, che contraddistingue la parte finale dell’ascensione, e più su fino all’ultima, ripidissima rampa, attrezzata con le corde fisse, la cui risalita è sfiancante: qui l’aria è davvero sottile e non è facile tenere sotto controllo la spiacevole sensazione di respirare a vuoto.

L’alta quota è un elemento che non va mai sottovalutato: il mal di montagna può colpire chiunque, e comunque sopra i cinque-seimila metri non c’è più acclimatazione ma deterioramento fisico progressivo. Infatti l’aria è così povera di ossigeno che il corpo non riesce più a compensarne la carenza e comincia a deperire. Questo spiega perché una persona costretta a passare più giorni a 8.000 metri sarebbe condannata a morire anche se disponesse di viveri e fosse al riparo dal freddo. Del resto, anche in condizioni normali e a quote più basse, si nota ad esempio che le unghie e i capelli non crescono più, tanto il corpo è impegnato nelle attività primarie di sopravvivenza. Man mano che si sale di quota poi, anche le facoltà mentali diminuiscono, si perde il senso del tempo e dello spazio e si ha l’impressione di vivere in un mondo parallelo, rallentato, come un universo di nuove percezioni che può essere molto pericoloso e che può portare, in casi estremi, fino a delle allucinazioni iperrealistiche (è ben conosciuta la testimonianza di Messner che su un ottomila raccontava di aver conversato un’intera notte con i propri piedi o quella di Loretan che era convinto di aver dimenticato sulla vetta dell’Everest un trasformatore elettrico e di essere stato accompagnato per tutta la discesa del versante nord da alcune majorettes in costume) .

Noi fortunatamente siamo ancora in buone condizioni e, con un ultimo sforzo, rimontiamo boccheggianti la superba cresta finale per guadagnare infine la cima verso mezzogiorno. Abbracci, entusiasmo, foto di rito e panorama mozzafiato (è il caso di dirlo!). Dinanzi a noi, così vicina che sembra di poterla toccare, si erge l’immensa parete sud del Lhotse, la più grande del mondo: 3.500 metri di altezza per 12 chilometri di lunghezza! Una visione che varrebbe da sola l’intero viaggio.
Al ritorno abbiamo ancora un giorno di tempo per salire al Campo Base dell’Ama Dablam, una splendida piramide perennemente innevata che fa pensare ad un Cervino ingrandito a dismisura e che molti considerano la montagna più bella del mondo.
Ma ormai è tempo di tornare. Ripercorriamo quindi a ritroso le prime tappe fino a riguadagnare il villaggio di Lukla, da dove un volo ancor più avventuroso di quello dell’andata ci riporta a Kathmandu. Doccia, cena per festeggiare, ancora una giornata in città per congedarci dal Nepal e siamo già in aeroporto. L’aereo che ci riconduce in Italia fa due lunghi scali, facendoci passare in poche ore dalla povertà assoluta del Bangladesh alla ricchezza sfrontata degli Emirati Arabi: è un confronto lacerante che sintetizza l’intero viaggio. Forse una volta avrei semplicemente pensato: "Dalle stalle alle stelle", ma adesso non ne sono più tanto sicuro.

Perché sono partito curioso e sono tornato arricchito.
Perché il Nepal mi ha cambiato, e quindi il viaggio è servito.

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Nepal - Giro Annapurna

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