Ci
sono tante belle montagne qui per l’ alpinista più
o meno difficili ma una su
tutte, pur essendo qui anch’ essa, è diversa da
tutte le altre ed è il Torre.
Sempre
avvolto dalle nubi si ricopre di neve umida che si attacca anche sul
verticale
mentre sulle altre cime splende il sole, l’ avvicinamento
è il più lungo,
complicato e difficile di tutti e le vie per salirlo sono tutte molto
difficili
e soprattutto sono di lunghezza eterna…
Alcuni
dicono che la via del compressore è come una via ferrata (!)
perché ha tanti
chiodi ma ci sono tiri di 6a e 6b da proteggere che a volte si salgono
con i
ramponi ai piedi, lo zaino non leggerissimo, la neve sugli appigli e
l’incubo
della tempesta… sulle vie ferrate che ben conosco non
c’ è nulla di tutto ciò…
Il
bollettino è incerto ma si parte ugualmente: previsti 3
giorni di buon tempo
secondo meteo argentina ma non secondo accuweather che invece prevede
forte
variabilità, chi avrà ragione lo scopriremo
presto!
Siamo
in 4, Ricardinjo e Formiga, al secolo Eduardo Masa, entrambi da
Curitiba,
Brasil, più Cecilia aragonese da Huesca e dagli occhi di
ghiaccio.
Passiamo
due notti sul ghiacciaio al campo detto Niponino in tenda nel maltempo
che
sapevamo comunque ci sarebbe stato prima della finestra che era
prevista e che
infatti arrivò puntuale. Siamo al 19 dicembre, due giorni
prima dell’ inizio
dell’ estate australe, piove a dirotto e fa caldo.
All’
una di notte si parte per la spalla, mentre saliamo la temperatura si
abbassa
aiutata dal dissolversi delle nubi, tutto sembra come previsto ed
ideale.
I
pendii che portano alla spalla sono perfetti, la neve è dura
e c’ è molto
ghiaccio sulle rocce tanto che l’ antipatico tiro di
5° di misto che conosco
bene risulta perfino divertente, alle 6 del mattino siamo alla spalla,
fa
caldissimo ora che è sorto il sole, siamo soli e decidiamo
di scavare una truna
nella neve, abbiamo solo una pala e ci alterniamo nel duro
lavoro…
La
via è piena di neve che si sta sciogliendo al sole, speriamo
sia asciutta per
l’ indomani.
Nel
mentre io salgo due tiri sopra la spalla, , la via è una
cascata d’ acqua e
faccio la doccia pensando che mi sarei poi asciugato al sole. Scendo in
doppia,
lascio la corda fissa ed il cielo si annuvola…cosas
patagonicas mi dico e
siccome fa più freddo ci rintaniamo nella truna appena
terminata. Dormiamo
profondamente e non abbiamo con noi orologio alcuno, è
notte, ci svegliamo
perché il soffitto della truna sta cedendo, lo puntelliamo
con la pala e uno
zaino, gocciola acqua dappertutto i sacchi a pelo diventano spugne ma
nonostante tutto non fa freddo, fuori piove forte (!) e tira vento, la
macchina
fotografica di Formiga dice che sono le 11,30 della
notte…cazzo quanto manca al
giorno. Così bagnati finiremo per avere freddo prima o poi,
penso.
Formiga
e Ricardinjio mi dicono che il ghiaccio li diverte, loro che mai
avevano
scalato su questo elemento…ma come è la prima
volta? Chiedo un po’ stupito…
sicuro che è la prima volta rispondono, in Brasile non
c’è mica il ghiaccio…
Ebbè hanno anche ragione ma sono saliti bene, questo
è l’ importante e l’ avere
fatto la loro prima esperienza su una montagna tanto celebre li
inorgoglisce e
ridiamo tutti di questo e di come siamo ridotti. Ridere! Questo
è l’
importante!
Passata
un ora circa diventa giorno. Evidentemente l’ orologio della
fotocamera era
sbagliato, facciamo colazione senza fretta, ci riorganizziamo per
scendere
sotto il diluvio, ora si che abbiamo freddo! Le doppie seguono alla
perfezione
un sistema di fessure verticalissime che convogliano l’ acqua
giusto su di noi,
il vento fa il resto, ma qui è così…
Arriviamo
a Niponino a mezzogiorno, ci incontriamo con Mario, Dalmasso, Guido e
Daniela
che hanno scalato ieri la “S” bivaccando in discesa
sotto l’ acqua, cuciniamo
un pranzo mescolando tutto quello che abbiamo.
Daniela,
brasiliana, ha scalato in vita sua un paio di volte sulle calde rocce
di
Curitiba dove vive e mai si sarebbe immaginata di scalare una cima come
quella
che ha appena disceso con dislivello enorme, bivacco gelido e tutto il
resto,
era venuta solo per fare una camminata sul ghiacciaio… pare
si sia innamorata
di Guido e…lo ha seguito fin lassù..
Io
e Cecilia ripartiamo alle 3 per Chalten, il vento da dietro
è fortissimo e
camminare sul ghiacciaio con gli zainoni è piuttosto
complicato, ma una notte
con i sacchi zuppi sul ghiacciaio non la volevamo passare.
Dobbiamo
mettere i ramponi per non cadere spinti dal vento che sicuramente
supera i 100
all’ ora. Al Bridwell Cecilia si ferma sfinita a dormire
volentieri ospite di
un gruppo di trekkers italiani, io proseguo ed arrivo al paese alle 11
di
notte, doccia, bistecca e dormo fino al mezzogiorno di domani. Mi duole
ogni
parte del corpo…la testa forse più di tutte.
Prossima
brecha prevista per Natale, previsore-meteo Bruno Sourzac collega di
Chamonix
che ha un cliente per il Fitz Roy, mi fido delle sue previsioni tratte
da un
web tedesco ed elaborate secondo la sua esperienza del luogo che non
è certo
poca..ci salutiamo con il solito “su erte” nella
speranza di festeggiare al
ritorno, cime e Natale!
Siamo
due stavolta Formiga ed io, adottiamo una tattica più
leggera e veloce contando
di restare svegli almeno due notti mangiando chicchi di
caffè e aspirina,
secondo lui funziona, secondo me non saprei…
Passiamo
una notte al Bridwell e alle 12 del giorno dopo siamo a Niponino,
cerchiamo di
dormire anche se fuori c’ è il sole e ci riusciamo
abbastanza. Ci svegliano
Guido e Berto appena arrivati da Chaltèn con una bottiglia
di vino rosso(!)che
solo io non bevo.
Lasciamo
Niponino alle 11 di notte dopo una cena con Guido e Berto che vanno
all’ aguja
Rafel l’ indomani, saliamo lenti per aspettare che il freddo
congeli tutto
sotto la spalla dove arriviamo bene alle 4.30 e dove incontriamo che
dormono 5
svizzeri e tre padovani che conoscevo. Seguono le frontali
giù sui pendii della
spalla di Greg e John due fortissimi di Yosemite con la faccia (e le
palle
davvero) da duri.
Ci
infiliamo nella truna e dormiamo mezzora finche il freddo ci sveglia,
non
abbiamo con noi sacchi a pelo ne fornello, ma 5 cioccolate a testa
tante
caramelle e un litro d’ acqua con carboidrati in polvere al
gusto di maracuyja.
Gli
svizzeri sono già al secondo tiro, due di loro scendono
dicendo che c’ è troppa
neve lungo la via, me ne rendo conto al 4° tiro dove si fa meno
verticale,
metto i ramponi e non senza difficoltà proseguo, mi sento
bene, Formiga è
terrorizzato (ma ride) dalle cose che si possono fare con picche e
ramponi
anche sulla roccia, io mi adeguo alle condizioni bizzarre che ci sono
e…salgo,
mi sento a mio agio, l’ umore è buono.
La
fessura della banana ci rallenta un po’ a causa
dell’ avere usato la mia staffa
di fettuccia alla rovescia che si è scucita di colpo
facendomi cadere per due
gradini che ora non ci sono più, ridiamo, gli yankee ci
raggiungono, vogliono
superarci, Greg è nervoso e lo lascio passare volentieri,
averlo dietro
incalzante avrebbe reso nervoso me, ma un camino terribilmente
impestato lo
rallenta a sua volta. Deve mettere e togliere i ramponi 3 volte per
venirne a
capo ed io farò lo stesso con in più tutta la
neve che mi scarica addosso, tra
un sorry e l’ altro, il giovane Joel che risale con le jumar
a pochi cm sopra
di me contro le cui punte dei ramponi devo stare attento a non sbattere
col
casco.
Commentiamo
che sembra il camino di Astroman…ma con il ghiaccio dentro!
Chi lo conosce sa
cosa significhi…
Inizia
a soffiare vento caldo da nord ed il
cielo si fa grigio, gli svizzeri che sono a metà del
traverso iniziano ad
essere bersagliati da blocchi di ghiaccio che il vento stacca dal fungo
della
cima…sembrano soldati sotto il fuoco nemico, tutt’
intorno arrivano proiettili
di varie dimensioni… Dal traverso in poi si è
giusto sotto al fungo sommitale,
la neve che il caldo scioglie rende la via una vera cascata
d’ acqua dalla
portata consistente. Questi elementi sommati fanno decidere tutti noi
di
scendere!
Forte
della mia esperienza di sorpassi da guida nelle manovre di corda
più disparate,
scendiamo velocissimi con Formiga di ottimo umore che mi dice che per
lui già
essere arrivato lassù è una grossa soddisfazione.
Poco prima di calarci si
autogirerà un videoclip con la macchina fotografica dove le
immagini e le sue
parole resteranno memorabili per le loro sensibilità e
simpatia. Alla spalla
riposiamo mezzora mangiando e bevendo qualcosa, sono le 5 del
pomeriggio,
proseguiamo la discesa e alle 8 siamo a Niponino.
Ci
promettiamo una zuppa calda dopo esserci sdraiati un momento per
riposare le
nostre membra indolenzite…ci risvegliamo alle 10 del giorno
dopo senza
accorgercene nonostante la notte tirasse un vento piuttosto forte,
affamati e
disidratati, io nella tenda a metà e Formiga incastrato
fuori tra due sassi
come un morto, cuciniamo una sostanziosa colazione e facciamo
l’ appello dei
presenti per vedere che tutti siano tornati. Anche Cristal e Nico sono
in tenda
di ritorno dalla Bifida, dormono da sole tre ore ci diranno poi, ci
siamo
tutti. Questo reciproco controllo tra noi è l’
unica forma per sapere se
qualcuno ha avuto problemi scalando o ancora peggio incidenti,
è poca cosa in
caso di vera necessità perché nel caso si debba
correre ad aiutare qualcuno non
sarebbe facile farlo visto che si rientra cotti dalle fatiche. Questo
fa
sentire come una grande squadra dove tutti collaborano, qui il soccorso
non
esiste e siamo in culo al mondo, è bello sentirsi comunque
facenti parte di un
gruppo, persino per me che sono asociale di natura.
Alle
7 di sera sono a Chaltèn, stanchino ma stupito di non
esserlo neppure troppo,
mi fermo a cantare con chitarra con i miei vicini di tenda fino alle 9
e poi mi
vado a fare una doccia e mangio un bistecca che mi resterà
sullo stomaco tutta
la notte visto che era enorme.
Dopo
un tentativo al Torre il corpo (ameno il mio) ho visto che necessita di
circa 5-6
giorni per rifunzionare e riposare, per riparare le ferite alle mani, i
dolori
alla schiena, agli addominali, alle gambe ed a ristabilire l’
equilibrio
interno di liquidi, in breve fino a quando la pipì diventa
trasparente anziché
gialla… ora è verde!