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04/01/2008
Racconti dalla Patagonia
Cerro Torre of course...di Marcello Cominetti

Ci sono tante belle montagne qui per l’ alpinista più o meno difficili ma una su tutte, pur essendo qui anch’ essa, è diversa da tutte le altre ed è il Torre.
Sempre avvolto dalle nubi si ricopre di neve umida che si attacca anche sul verticale mentre sulle altre cime splende il sole, l’ avvicinamento è il più lungo, complicato e difficile di tutti e le vie per salirlo sono tutte molto difficili e soprattutto sono di lunghezza eterna…
Alcuni dicono che la via del compressore è come una via ferrata (!) perché ha tanti chiodi ma ci sono tiri di 6a e 6b da proteggere che a volte si salgono con i ramponi ai piedi, lo zaino non leggerissimo, la neve sugli appigli e l’incubo della tempesta… sulle vie ferrate che ben conosco non c’ è nulla di tutto ciò…
Il bollettino è incerto ma si parte ugualmente: previsti 3 giorni di buon tempo secondo meteo argentina ma non secondo accuweather che invece prevede forte variabilità, chi avrà ragione lo scopriremo presto!
Siamo in 4, Ricardinjo e Formiga, al secolo Eduardo Masa, entrambi da Curitiba, Brasil, più Cecilia aragonese da Huesca e dagli occhi di ghiaccio.
Passiamo due notti sul ghiacciaio al campo detto Niponino in tenda nel maltempo che sapevamo comunque ci sarebbe stato prima della finestra che era prevista e che infatti arrivò puntuale. Siamo al 19 dicembre, due giorni prima dell’ inizio dell’ estate australe, piove a dirotto e fa caldo.
All’ una di notte si parte per la spalla, mentre saliamo la temperatura si abbassa aiutata dal dissolversi delle nubi, tutto sembra come previsto ed ideale.
I pendii che portano alla spalla sono perfetti, la neve è dura e c’ è molto ghiaccio sulle rocce tanto che l’ antipatico tiro di 5° di misto che conosco bene risulta perfino divertente, alle 6 del mattino siamo alla spalla, fa caldissimo ora che è sorto il sole, siamo soli e decidiamo di scavare una truna nella neve, abbiamo solo una pala e ci alterniamo nel duro lavoro…
La via è piena di neve che si sta sciogliendo al sole, speriamo sia asciutta per l’ indomani.
Nel mentre io salgo due tiri sopra la spalla, , la via è una cascata d’ acqua e faccio la doccia pensando che mi sarei poi asciugato al sole. Scendo in doppia, lascio la corda fissa ed il cielo si annuvola…cosas patagonicas mi dico e siccome fa più freddo ci rintaniamo nella truna appena terminata. Dormiamo profondamente e non abbiamo con noi orologio alcuno, è notte, ci svegliamo perché il soffitto della truna sta cedendo, lo puntelliamo con la pala e uno zaino, gocciola acqua dappertutto i sacchi a pelo diventano spugne ma nonostante tutto non fa freddo, fuori piove forte (!) e tira vento, la macchina fotografica di Formiga dice che sono le 11,30 della notte…cazzo quanto manca al giorno. Così bagnati finiremo per avere freddo prima o poi, penso.
Formiga e Ricardinjio mi dicono che il ghiaccio li diverte, loro che mai avevano scalato su questo elemento…ma come è la prima volta? Chiedo un po’ stupito… sicuro che è la prima volta rispondono, in Brasile non c’è mica il ghiaccio… Ebbè hanno anche ragione ma sono saliti bene, questo è l’ importante e l’ avere fatto la loro prima esperienza su una montagna tanto celebre li inorgoglisce e ridiamo tutti di questo e di come siamo ridotti. Ridere! Questo è l’ importante!
Passata un ora circa diventa giorno. Evidentemente l’ orologio della fotocamera era sbagliato, facciamo colazione senza fretta, ci riorganizziamo per scendere sotto il diluvio, ora si che abbiamo freddo! Le doppie seguono alla perfezione un sistema di fessure verticalissime che convogliano l’ acqua giusto su di noi, il vento fa il resto, ma qui è così…
Arriviamo a Niponino a mezzogiorno, ci incontriamo con Mario, Dalmasso, Guido e Daniela che hanno scalato ieri la “S” bivaccando in discesa sotto l’ acqua, cuciniamo un pranzo mescolando tutto quello che abbiamo.
Daniela, brasiliana, ha scalato in vita sua un paio di volte sulle calde rocce di Curitiba dove vive e mai si sarebbe immaginata di scalare una cima come quella che ha appena disceso con dislivello enorme, bivacco gelido e tutto il resto, era venuta solo per fare una camminata sul ghiacciaio… pare si sia innamorata di Guido e…lo ha seguito fin lassù..
Io e Cecilia ripartiamo alle 3 per Chalten, il vento da dietro è fortissimo e camminare sul ghiacciaio con gli zainoni è piuttosto complicato, ma una notte con i sacchi zuppi sul ghiacciaio non la volevamo passare.
Dobbiamo mettere i ramponi per non cadere spinti dal vento che sicuramente supera i 100 all’ ora. Al Bridwell Cecilia si ferma sfinita a dormire volentieri ospite di un gruppo di trekkers italiani, io proseguo ed arrivo al paese alle 11 di notte, doccia, bistecca e dormo fino al mezzogiorno di domani. Mi duole ogni parte del corpo…la testa forse più di tutte.

 

Prossima brecha prevista per Natale, previsore-meteo Bruno Sourzac collega di Chamonix che ha un cliente per il Fitz Roy, mi fido delle sue previsioni tratte da un web tedesco ed elaborate secondo la sua esperienza del luogo che non è certo poca..ci salutiamo con il solito “su erte” nella speranza di festeggiare al ritorno, cime e Natale!
Siamo due stavolta Formiga ed io, adottiamo una tattica più leggera e veloce contando di restare svegli almeno due notti mangiando chicchi di caffè e aspirina, secondo lui funziona, secondo me non saprei…
Passiamo una notte al Bridwell e alle 12 del giorno dopo siamo a Niponino, cerchiamo di dormire anche se fuori c’ è il sole e ci riusciamo abbastanza. Ci svegliano Guido e Berto appena arrivati da Chaltèn con una bottiglia di vino rosso(!)che solo io non bevo.
Lasciamo Niponino alle 11 di notte dopo una cena con Guido e Berto che vanno all’ aguja Rafel l’ indomani, saliamo lenti per aspettare che il freddo congeli tutto sotto la spalla dove arriviamo bene alle 4.30 e dove incontriamo che dormono 5 svizzeri e tre padovani che conoscevo. Seguono le frontali giù sui pendii della spalla di Greg e John due fortissimi di Yosemite con la faccia (e le palle davvero) da duri.
Ci infiliamo nella truna e dormiamo mezzora finche il freddo ci sveglia, non abbiamo con noi sacchi a pelo ne fornello, ma 5 cioccolate a testa tante caramelle e un litro d’ acqua con carboidrati in polvere al gusto di maracuyja.
Gli svizzeri sono già al secondo tiro, due di loro scendono dicendo che c’ è troppa neve lungo la via, me ne rendo conto al 4° tiro dove si fa meno verticale, metto i ramponi e non senza difficoltà proseguo, mi sento bene, Formiga è terrorizzato (ma ride) dalle cose che si possono fare con picche e ramponi anche sulla roccia, io mi adeguo alle condizioni bizzarre che ci sono e…salgo, mi sento a mio agio, l’ umore è buono.
La fessura della banana ci rallenta un po’ a causa dell’ avere usato la mia staffa di fettuccia alla rovescia che si è scucita di colpo facendomi cadere per due gradini che ora non ci sono più, ridiamo, gli yankee ci raggiungono, vogliono superarci, Greg è nervoso e lo lascio passare volentieri, averlo dietro incalzante avrebbe reso nervoso me, ma un camino terribilmente impestato lo rallenta a sua volta. Deve mettere e togliere i ramponi 3 volte per venirne a capo ed io farò lo stesso con in più tutta la neve che mi scarica addosso, tra un sorry e l’ altro, il giovane Joel che risale con le jumar a pochi cm sopra di me contro le cui punte dei ramponi devo stare attento a non sbattere col casco.
Commentiamo che sembra il camino di Astroman…ma con il ghiaccio dentro! Chi lo conosce sa cosa significhi…
Inizia a soffiare vento caldo da nord ed il cielo si fa grigio, gli svizzeri che sono a metà del traverso iniziano ad essere bersagliati da blocchi di ghiaccio che il vento stacca dal fungo della cima…sembrano soldati sotto il fuoco nemico, tutt’ intorno arrivano proiettili di varie dimensioni… Dal traverso in poi si è giusto sotto al fungo sommitale, la neve che il caldo scioglie rende la via una vera cascata d’ acqua dalla portata consistente. Questi elementi sommati fanno decidere tutti noi di scendere!
Forte della mia esperienza di sorpassi da guida nelle manovre di corda più disparate, scendiamo velocissimi con Formiga di ottimo umore che mi dice che per lui già essere arrivato lassù è una grossa soddisfazione. Poco prima di calarci si autogirerà un videoclip con la macchina fotografica dove le immagini e le sue parole resteranno memorabili per le loro sensibilità e simpatia. Alla spalla riposiamo mezzora mangiando e bevendo qualcosa, sono le 5 del pomeriggio, proseguiamo la discesa e alle 8 siamo a Niponino.
Ci promettiamo una zuppa calda dopo esserci sdraiati un momento per riposare le nostre membra indolenzite…ci risvegliamo alle 10 del giorno dopo senza accorgercene nonostante la notte tirasse un vento piuttosto forte, affamati e disidratati, io nella tenda a metà e Formiga incastrato fuori tra due sassi come un morto, cuciniamo una sostanziosa colazione e facciamo l’ appello dei presenti per vedere che tutti siano tornati. Anche Cristal e Nico sono in tenda di ritorno dalla Bifida, dormono da sole tre ore ci diranno poi, ci siamo tutti. Questo reciproco controllo tra noi è l’ unica forma per sapere se qualcuno ha avuto problemi scalando o ancora peggio incidenti, è poca cosa in caso di vera necessità perché nel caso si debba correre ad aiutare qualcuno non sarebbe facile farlo visto che si rientra cotti dalle fatiche. Questo fa sentire come una grande squadra dove tutti collaborano, qui il soccorso non esiste e siamo in culo al mondo, è bello sentirsi comunque facenti parte di un gruppo, persino per me che sono asociale di natura.
Alle 7 di sera sono a Chaltèn, stanchino ma stupito di non esserlo neppure troppo, mi fermo a cantare con chitarra con i miei vicini di tenda fino alle 9 e poi mi vado a fare una doccia e mangio un bistecca che mi resterà sullo stomaco tutta la notte visto che era enorme.
Dopo un tentativo al Torre il corpo (ameno il mio) ho visto che necessita di circa 5-6 giorni per rifunzionare e riposare, per riparare le ferite alle mani, i dolori alla schiena, agli addominali, alle gambe ed a ristabilire l’ equilibrio interno di liquidi, in breve fino a quando la pipì diventa trasparente anziché gialla… ora è verde!




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