Non saprei esattamente trovare un motivo per spingere un turista a visitare un posto come Puerto Edén, quindi la mia descrizione sará il piú possibile spontaneamente distaccata e senza toni entusiastici.
Come si puó indurre qualcuno ad utilizzare il proprio tempo libero per visitare un luogo dal clima tanto inospito, abitato da genti che hanno scelto di vivere con il minor numero di contatti possibili con il resto del mondo e che quindi non sono di carattere socievole ?
Puerto Edén non é un posto “facile”, peró puó rivelarsi, come dice il suo nome, il miglior posto al mondo dove trascorrere qualche giorno, scoprendo solo alla fine quanto sono stati piacevoli i momemti di puro ozio lí trascorsi e quanto il silenzio delle cose, delle persone ed il costante tamburellio della pioggia ci possano fare scoprire una parte dimenticata di noi stessi.Tra il quarantesimo ed il cinquantesimo parallelo Sud, dove l’ Oceano Pacifico “ruggisce ed urla”, circa 300 miglia a Nord di Puerto Natales, Cile, ed a circa 600 a Sud di Puerto Montt, in un labirinto di canali formati da innumerevoli isole di ogni dimensione, si trova Jetarkté, l’ odierna Puerto Edén .
Nella zona piove 325 giorni l’ anno, le temperature di rado sono miti e soffiano quasi costantemente forti venti da ovest.
Jetarkté é il nome di una baia riparata dai venti dove gli indigeni del luogo si fermavano fintanto che la tempesta placasse la sua violenza tanto da consentirgli di proseguire il loro nomade peregrinare alla ricerca di cibo attraverso i canali che conoscevano meglio di ogni altro.
Questi indios nomadi del mare si spostavano a bordo di leggere canoe dall’ aria fragile in isolati ed indipendenti nuclei familiari il cui unico momento di aggregazione avveniva in occasione della celebrazione delle nozze dei figli, non avevano un capo né un dio, non conoscevano l’ ambizione né il valore del denaro erano abilissimi cacciatori e pescatori ed il mare non aveva per loro quasi nessun segreto. Sulla canoa portavano sempre un fuoco acceso per riscaldarsi e per non dover lottare con le inclemenze del clima per doverlo riaccendere.
Maestri innocenti della logica delle cose, vivevano nudi nonostante i rigori del clima locale, si cospargevano la pelle di grasso di foca e solo occasionalmente indossavano una casacca di pelle dello stesso animale legata semplicemente intorno alla vita con una corda vegetale. Non accumulavano beni o valori, quando avevano fame cacciavano, altrimenti si abbandonavano all’ ozio ed al gioco. Sorridevano della vita.
Quando nel 1519 Hernando de Magallanes solcó, primo occidentale, i mari che lambiscono le coste della Patagonia e venne in contatto con i loro abitanti li definí come primitivi e rozzi individui che suscitarono nel navigatore portoghese e nel suo equipaggio un grande senso di pena.
A Magellano seguirono altri navigatori tra i quali lo spagnolo Sarmiento de Gamboa, gli inglesi Bridges, Fitz Roy e Charles Darwin che poi scrisse il suo celebre e confuso testo sull’ origine della spécie. Nei resoconti di ognuno di loro notiamo questo senso di pena suscitato ma anche uno di enorme ammirazione per le caratteristiche delle imbarcazioni indigene costruite con solo apparente semplicitá, ma che ad un piú attento esame presentano nientemeno che elementi tecnici di costruzione navale utilizzati ancor oggi nella tecnica moderna!!!
La canoa Kaweshkar** é considerata come l’ imbarcazione piú tecnologicamente avanzata dell’ intera civiltá indigena americana.
Quello che agli allora inoffensivi indios Kaweshkar** apparve come un semplice contatto con popoli sconosciuti, si riveló in seguito come l’ inizio della loro fine.
Destino toccato agli Ona o Selk’ nam della Terra del Fuoco, ai Theuelches o Patagones della Patagonia continentale ed agli Yamanas: i piú vicini culturalmente ai Kaweshkar, storie gia’ sentite, storie che purtroppo sappiamo.
La prepotenza di un Europa volta alla conquista di nuove terre e quindi la superbia di navigatori decisi a tutto pur di fare un grasso bottino di qualsiasi cosa, inizió il lento deteriorare la vita di questi popoli nomadi e primitivi che dal contatto con l’ uomo bianco contrassero malattie sconosciute, piaghe sociali come l’ alcol, violenze di ogni tipo e soprattutto un obbligata “civilizzazione” sociale non di rado fatta a colpi di fucile***, che contribuí solamente a ridurne l’ identitá e naturalmente il numero.
Fu cosí che gli “indios canoeros” , come venivano chiamati da naviganti e cacciatori, smisero di accogliere quest’ ultimi con il sorriso sui loro volti. Iniziarono le ostilitá ed in piú di un’ occasione restarono dei cadaveri nei luoghi di incontro tra i bianchi e gli indigeni.
Da una stima sicuramente empirica, ma non per questo totalmente imprecisa, si pensa che al primo contatto con i bianchi i Kaweshkar fossero circa 5000 individui distribuiti nei canali che vanno dalla Penisola Brenkhnock a sud fino al termine settentrionale del Canale Messier (Golfo de Peña meridionale) a nord.
Nel 1924 erano circa 250 (!), oggi ne sopravvivono 10.
Tra le quattro razze indigene della Patagonia meridionale prima menzionate, quella Kaweshkar é l’ unica non totalmente estinta… ma fino a quando?
Nel 1930 la Fuerza Aerea Cilena impianta un ponte radio nella baia di Jetarkté, giá Puerto Edén per pescatori e cacciatori di foche che ormai incrociano i mari dei canali da tempo, e gli indios si avvicinano definitivamente alla vita dell’ uomo bianco perdendo il loro nomadismo unitamente alla loro dignitá di popolo semplice, ingenuo, ma perfettamente integrato nel duro ambiente dove da sempre viveva.
In seguito il Governo Cileno, per correre ai ripari ormai a danno irreversibilemente compiuto, istituí un fondo pensionistico per la piccola comunitá Kaweshkar che viveva sparsa tra Puerto Edén e Punta Arenas. Donazioni da varie parti del mondo servirono a costruire loro delle vere case, ma quello che puó apparire come un aiuto in realtá decretó quella che possiamo considerare la loro estinzione.
I pochi Kaweshkar che sopravvivono oggi non hanno nulla o quasi a cui pensare del loro futuro. Non una motivazione che li spinga a lavorare, in quanto inseriti in un contesto che basa la propria vita sul lavoro, e non un bisogno reale di doversi procurare qualcosa che serva al loro sostentamento.
Annientati, oltre che semi-emarginati (esistono delle unioni di sangue misto) i Kaweshkar si dedicano sporadicamente all’ unica forma di semplice artigianato che conoscono, che viene venduto alle poche imbarcazioni che sostano a Puerto Edén ed a qualche fiera indigena, e purtroppo vivono un rapporto con le bibite alcoliche del tutto negativo.
Non sta rimanendo nessuno… questo da pena… perché se giá non resta nessuno, da dove possono nascere altri? Certo che se muoriamo tutti e non restano donne come puó continuare ad esistere la razza Kaweshkar?
Ho tre nipoti e mi piace che imparino la nostra cultura, la nostra lingua perché ci serve che la nostra razza non scompaia… Stiamo scomparendo, nessuna famiglia ha donne giovani, restano pochi giovani puri di padre e di madre. E’ penoso che finisca la razza Kaweshkar… se finisce, finisce.
L’ uomo bianco fu veramente un male per l’ indio.
Alberto Achacaz Walakial Kaweshkar 1995
Oggi
A Puerto Edén vivono stabilmente circa un centinaio di persone piú altrettante che stagionalmente provengono in gran parte dall’ isola di Chiloé e da Puerto Natales, dedicandosi alla raccolta di molluschi che poi vengono venduti sui mercati di Punta Arenas e Puerto Montt. Il pesce non viene pescato se non di rado, si pesca abbastanza frequentemente la “centolla” un crostaceo simile alla granceola del Mediterraneo ma solo per il consumo locale.
Il villaggio è collegato al “resto del mondo” tramite un traghetto settimanale che percorre il tratto: Puerto Montt-Puerto Natales di ca. 1600 km., comunque privo di strade.
L’isolamento di cui gode (o soffre?) Puerto Edén è notevole se pensiamo che si trova su un isola (Isla Wellington) enorme ma con l’interno totalmente paludoso o ricoperto da nevi perenni e quindi praticamente impercorribile e la costa relativamente vicina (4 miglia) della terraferma é lambita dai ghiacci dello Hielo Continental Sur una delle massime estensioni glaciali del pianeta. Sull’ isola non esiste il telefono e le comunicazioni avvengono via radio e neppure tanto facilmente. Un generatore fornisce l’ energia elettrica 4 ore al giorno ed é in costruzione una turbina che dovrebbe funzionare le 24 ore.
I “cholgueros”* ovvero gli abitanti di Puerto Edén oltre alla microcomunitá indigena Kaweshkar, si dedicano sostanzialmente alla raccolta di tre tipi di molluschi: las Cholgas, simili alle nostre cozze ma di dimensioni almeno doppie; las Almejas simili a grandi vongole anche nel gusto ed a los Choros dal guscio nero madreperlaceo.
La popolazione locale vive noncurante della costante fitta pioggerellina mentre si rifugia in casa quando c’ é il sole perché non abituata ai suoi potenti raggi peraltro molto rari a godersi e particolarmente forti a causa del modesto spessore dello strato di ozono presente sopra la Patagonia meridionale.
I molluschi vengono raccolti durante campagne che durano fino a 6 settimane ognuna e che si chiamano “faenas” cosí come il luogo dove si fa campo base per la raccolta, ed avvengono su isole distanti anche 2/300 miglia da P. Edén.
Ogni imbarcazione a motore (una pilotina lunga circa 8/10 metri costruita in legno di cipresso sul posto e mossa da un piccolo motore fuoribordo!?) ha un equipaggio di tre persone: un “capitán”, un subacqueo ed un aiutante.
Il sub raccoglie i molluschi ad una profonditá variabile tra i 3 ed i 20 metri e respira tramite un rudimentale marchingegno composto da un compressore ed un lungo tubo di gomma “fatto in casa”. I molluschi vengono puliti ed affumicati nella “faena” sull’ isola per poi essere raccolti in grappoli dal peso di ca. 2 kg. Il prezzo di vendita sul mercato di uno di questi “caschi” di molluschi é di 4 USd.
Durante una “faena” di un mese un equipaggio raccoglie circa 1000 kg. di prodotto pronto alla vendita.
Raramente le donne partecipano alla raccolta perché, a detta degli uomini, sono motivo di litigio tra i lavoratori, e quando lo fanno si occupano esclusivamente della preparazione del cibo e solo quando il luogo di raccolta prescelto non disti piú di mezza giornata di navigazione da P. Edén.
Vita dura per i gatti
Si dice a causa del cambio climatico che periodicamente un flagello si abbatta sui “cholgueros” di Puerto Edén e non solo. Un alga di fondo, quando le acque marine subiscono un riscaldamento significativo, libera una sostanza molto tossica per l’ uomo (alexandrium catenela) altrimenti conosciuta col nome di marea roja (marea rossa) che viene filtrata solo dai molluschi che cosí diventano velenosi e quindi non commestibili.
Il gatto domestico è molto piú sensibile dell’ uomo a tale veleno e quindi i “cholgueros” imbarcano con se un felino che utilizzano come cavia per sapere se quella zona di mare é contaminata. Ingerita una piccola quantitá di molluschi il gatto, in caso di avvelenamento da marea roja, muore in pochi minuti.
Naturalmente ogni mollusco viene sottoposto prima della vendita a controllo medico sanitario da parte del competente organo sito nelle localitá di mercato.
L’ultima epidemia di marea roja nella zona di P. Edén risale al 1995.
Informazioni sul posto
Per chi desiderasse trattenersi sull’isola per un minimo di 6 giorni (è il tempo che impiega il traghetto a ripassare per P. Edén) o multipli di 6, esiste come unica forma di alloggio un simpatico ostello che si chiama Yekchal costruito da una piccola impresa locale di pescatori che sta tentando di sviluppare, con non pochi ostacoli, la permanenza di visitatori a scopo turistico, anche se Puerto Edén non é posto per veri turisti.
Esiste anche un percorso escursionistico piuttosto impegnativo e selvatico che conduce al fronte del Ghiacciaio Pio XI in tre giorni di cammino piú due di navigazione su una piccola e rustica lancia attrezzata per il trasporto di persone per piú giorni, molto consigliabile a chi se la sentisse di intraprenderlo.
Vi sono inoltre diverse cime da salire di difficoltá diversa che superano i 2000 mt. di quota; si parte dalla spiaggia, quindi i dislivelli sono tutt’ altro che brevi.
L’area si trova inglobata nel Parco Nazionele Cileno Bernardo O’ Higgins e per muoversi a piedi non esistono o quasi sentieri, sicché l’amministrazione del parco ha reso obbligatoria la presenza di un accompagnatore per chi volesse intraprendere qualsiasi tipo di escursione.
La fauna locale è quella tipica delle coste patagoniche: non sono rari avvistamenti di Balene Australi, Orche, Delfini, “Tuninas”, Foche, Nutrie marine e di acqua dolce, Leoni marini e Cervi Patagonici. Tra i numerosi volatili troviamo l’ albatro, l’ anatra a vapore e l’ otarda. La flora non puó che stupire con i suoi boschi di”coihue”, faggi magellanici sempreverdi (nothofagus betuloide), calafate e cipressi.
*cholga é il nome di un mollusco raccolto dagli abitanti di P. Edén
** Il capitano Fitz Roy chiamó questi indios col nome di Alacalufes (derivato da:alycolyyp che significa “pelle dura” in idioma Kaweshkar) tutt’ ora usato in lingua spagnola ma che ai Kaweshkar non piace e viene ritenuto offensivo. L’ origine di questo popolo dai tratti somatici mongolo-polinesiani pare rifarsi a due distinte teorie:
1) migrazione terrestre e marina attraverso lo stretto di Bering di popoli mongolici.
2) migrazione di popoli Polinesiani per via mare.
*** ved. Extincion indigena el la Patagonia.
bibliografia: M. Gusinde
Estinzione indigena
Rivista Impactos P. Arenas.
La Leyenda di Pascualini di C. V. Delgado
Letture consigliate:
F.Coloane. Capo Horn, Terra del Fuoco.
L. Sepulveda. Patagonia express.
C. V. Delgado. Quando il cielo si oscura.
B. Chatwin. In Patagonia.