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Magica Patagonia
di Marco Rocca
Quando fai un viaggio che hai sognato per troppo tempo, spesso alla fine ne rimani deluso, perché le aspettative sono cresciute al punto che nessuna realtà, per quanto splendida, le può più soddisfare. La Patagonia invece riesce sempre a sorprenderti, perché ti colpisce dove meno te l’aspetti e ti lascia senza fiato. Come uno che va a Venezia per vedere il Carnevale e invece resta ammaliato dalla magia della città. E’ una sensazione che provi subito, quando dopo un giorno e mezzo di viaggio scendi dall’aereo a Rio Gallegos e prendi l’autobus per El Calafate. Appena usciti dal paese, al primo bivio, trovi un’indicazione per una località a 726 chilometri di distanza. Lì cominci a capire che non è uno sfizio, o uno scherzo, ma più semplicemente significa che in mezzo non c’è nient’altro da segnalare. Come se all’uscita di Milano i cartelli stradali indicassero Napoli perché tra la Lombardia e la Campania non ci fosse che un immenso nulla fatto di pampa, pecore e vento, attraversato solo da un fitto reticolo di "alambrado", recinti di filo spinato lunghi centinaia di chilometri che dividono queste immense proprietà. E allora percepisci quasi fisicamente il fatto che sei a quindicimila chilometri da casa, dall’altra parte del mondo.
I cieli sono sconfinati e cosparsi di vivaci nubi impressioniste che li rendono vivi e cangiano in continuazione i colori delle cose. Sono sicuro che se Van Gogh avesse conosciuto la Patagonia si sarebbe certo spinto fin quaggiù. Inoltre la sorprendente limpidezza dell’aria permette di vedere le montagne a centinaia di chilometri di distanza e la luce è così forte, su questa distesa piatta, che come nel deserto la rifrazione crea dei miraggi. Ad un certo punto ho visto dal finestrino un lungo treno sfrecciare in lontananza. Quando ho chiesto all’autista dell’autobus dove fosse diretto, lui mi ha sorriso e mi ha detto: "Lo vedono in molti, ma non c’è una sola linea ferroviaria in tutta la Patagonia".
Dopo aver fatto tappa a Puerto Natales andiamo subito a visitare il Parco del Paine, dove siamo accolti dai ranger e dove, in mezzo agli onnipresenti cespugli di "calafate", possiamo ammirare gli eleganti guanachi, i buffi nandù e, un po’ più lontano, i sospettosi fenicotteri rosa. Il tempo è bellissimo e noi ne approfittiamo per salire alle Torri del Paine e per godere lo spettacolo del Lago Grey cosparso di enormi blocchi di ghiaccio.
Tornati al El Calafate facciamo un po’ di spesa per i giorni seguenti e scopriamo subito che tutto è "austral" quaggiù, tutto è grande e i prezzi purtroppo non fanno eccezione. Comunque approfittiamo per mangiare "empanadas" e "asado" (le specialità culinarie argentine) e per assaggiare il "mate", un infuso amarissimo che i locali consumano in gran quantità e considerano la bevanda nazionale.
Il giorno dopo si riparte per la recondita Estancia Helsingfor, fuori dai percorsi turistici abituali. Durante il viaggio fermiamo il pulmino per scattare alcune fotografie. Di slancio apro la porta scorrevole e salto fuori ma in quel preciso istante qualcuno mi appioppa una pesante manata sulle spalle che mi fa ruzzolare a terra. Mi giro seccato, ma non vedo nessuno: il Nessuno di Ulisse, che stavolta era il Vento. Faccio la foto e, carponi, rientro nel bus tra il divertimento degli altri compagni di viaggio che mi consigliano di mettere dei contrappesi nelle tasche. Imparo così a mie spese che il mitico vento patagonico non è solo una leggenda.
Un’escursione a cavallo ci conduce poi alla splendida e romita Laguna Azul: forse mai come qui ci sentiamo lontani dai ritmi della nostra vita quotidiana e, per una volta, pensieri come il traffico, il telefonino o il bancomat sembrano astratti almeno quanto i marziani o le fate. Siamo davvero dall’altra parte del mondo: del resto qui il sole gira all’incontrario e nel cielo notturno è la Croce del Sud a prendere il posto della Stella Polare e anche l’amata Costellazione di Orione, che da bambino ammiravo sempre dalla finestra della mia stanza, quaggiù appare rovesciata.
L’estancia è accogliente e incantevole, e il tepore del caminetto anima una splendida serata. Fuori, il vento la fa da padrone.
Il giorno dopo siamo finalmente a El Chaltèn dove ci aspetta l’unica notte di pioggia di tutto il viaggio. Ma la mattina seguente splende di nuovo il sole e partiamo pieni di entusiasmo alla volta della Piedra del Fraile da dove saliamo fino al ghiacciaio Marconi superando alcuni guadi piuttosto avventurosi. Da qui possiamo ammirare per la prima volta il Fitz Roy da distanza ravvicinata e notiamo il caratteristico pennacchio ascendente di nubi che il vento crea sopra la cima e che indusse gli antichi indigeni teuelche a pensare fosse un vulcano. Dopo una gelida notte in tenda, e passando per Laguna Blanca, raggiungiamo il Campo Base del Fitz Roy da dove, all’alba, saliamo a Laguna Los Très per vedere i primi raggi di sole incendiare questa fantastica montagna: lo spettacolo è davvero grandioso e ripaga ampiamente delle ore di sonno perdute. Poi, smontate le tende, ci spostiamo ancora più in là e finalmente appare il mitico Cerro Torre che dal Campo Base sembra davvero un urlo pietrificato. Lo ammiriamo a lungo svettare in un cielo incredibilmente terso, tanto che risulta difficile immaginare le spaventose bufere che si possono scatenare lassù.
Tornati a El Chaltèn abbiamo un altro giorno a disposizione e la fortuna ci assiste ancora una volta: siamo infatti i primi turisti a poter visitare la storica Estancia Madsen, al di là del fiume e abbandonata da anni, grazie ad un nuovo ponte appena inaugurato. Il danese Madsen fu il primo colono di El Chaltèn. Per raggiungere la sua "estancia" guadava il fiume usando, a seconda della portata d’acqua del momento, il cavallo o con il vecchio camioncino Dodge. Il suo "vicino" più prossimo era il finlandese proprietario dell’Estancia Helsingfor, che distava duecento chilometri via terra, ridotti ad un centinaio se si sceglieva di attraversare l’enorme e burrascoso Lago Viedma con la barca. Così le rare visite reciproche diventavano dei veri e propri avvenimenti, documentati da vecchie foto d’epoca. Il luogo trasuda ricordi del passato e bastano poche lapidi semi-nascoste dalla vegetazione e delle vecchie assi di una cassa di polvere da sparo per farci respirare un’aria da Far-West e per riportarci all’inizio del secolo, quando la Patagonia era la patria di avventurieri e romantici fuorilegge come Butch Cassidy e Sundance Kid, amati dalla gente perché incarnavano l’ideale di libertà.
Concludiamo il soggiorno a El Chaltèn nel migliore dei modi, bevendo birra in mezzo a cimeli e vecchie foto della spedizione di Maestri del ’59 e scorrendo la videocassetta del film "Cumbre" che racconta la prima salita solitaria al Cerro Torre. Nel tardo pomeriggio l’ultimo trasferimento a El Calafate in pullman è allietato dalla luce irreale di un tramonto che sembra non finire mai. Qui gli spazi non sono a misura d’uomo, vanno bene per i sogni, e osservandoli ti lasci cullare da un senso di stranimento malinconico e struggente. La luce esalta ed amalgama i colori in gioiosi cromatismi dal vago sapore tropicale che accentuano il senso di estraneità, di lontananza, di fine del mondo. E quando sei da solo, là fuori nel vento, ti sembra di capire il tuo bisogno di consumare lo spazio e di assimilare il panorama con i piedi, gli occhi, la pelle, come se fosse una medicina che ti entra nel corpo e ti lenisce le ferite. Non so se esiste il "mal di Patagonia", ma se non c’è bisognerà inventarlo.
L’ultimo giorno andiamo a visitare il ghiacciaio Perito Moreno che precipita nel Lago Argentino. Lo spettacolo è grandioso anche se, dopo tanti giorni di escursionismo selvaggio, ritrovarsi in mezzo alla gente rovina un po’ l’atmosfera.
Purtroppo il viaggio è già finito e bisogna tornare. Buenos Aires è una deludente cartolina, con il buffo contrasto tra gli addobbi natalizi e la gente in pantaloni corti per il gran caldo. Solo il grido delle madri di Plaza de Mayo, che da ormai troppo tempo chiedono giustizia per i figli "desaparecidos", la rendono drammaticamente reale. Poi un aereo mangiafusi ci riporta nelle nebbie padane e i cieli ristretti di casa ci fanno rimpiangere subito gli sconfinati orizzonti australi.
In Patagonia dicono che chi mangia le bacche di "calafate" è destinato a ritornare. Secondo me non è vero, nel senso che dopo averla vista una volta ci tornano anche gli altri. Comunque, nel dubbio, se ne avete l’opportunità mangiatene qualcuna: non vi costerà niente e vi garantirete di continuare a coltivare un sogno bellissimo.

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