Guide alpine Star Mountain trekking alpinismo e spedizioni
Trekking alpinismo arrampicata in Dolomiti Nepal Patagonia Himalaya
NEWS > RACCONTI DI VIAGGIO
La nave fantasma e dintorni ghiacciati
di Marcello Cominetti
-Come sai del Caleuche?- mi getta addosso Hugo sbarrando gli occhi.
-Ho letto dei libri che ne parlano- gli rispondo intimorito dal suo sguardo.
-Che libri ne parlano?- mi incalzano le sue parole,
-Quelli di Sepulveda, Coloane e di Delgado, forse ce ne sono altri ma io non lo so, queste leggende vanno di moda da noi-
-Leggende???- Hugo sbarra gli occhi e si fa vivace come non lo avevo mai visto dall’ inizio del nostro viaggio in barca nei canali dell’ arcipelago cileno nella regione di Ultima Esperanza.
-Il Caleuche esiste eccome, noi lo abbiamo visto… tutti qui lo hanno visto!- termina seccamente cercando negli sguardi di Victor e Juan un consenso che non trova di certo nel mio.
Con lo sguardo fisso all’ orizzonte scuro Hugo continua nervosamente a passarsi tra le dita dell’ unica mano le razze del timone che le onde irregolari costringono a continue correzioni di rotta.
Hugo ha perso l’ uso della mano sinistra pochi mesi fa mentre lavorava nella sua segheria alla “circolare” per ridurre in tavole i tronchi di “cipresso delle Guaiatecas” che si usano da queste parti per costruire le barche da pesca.
I compagni di Hugo sono anche loro pescatori di molluschi di Puerto Edén e costituiscono l’ equipaggio della Lisette, una pilotina in legno di cipresso che si sono costruiti l’ anno scorso nella speranza di condurre per i fiordi del mare più tempestoso del mondo orde di ricchi turisti.
L’ imbarcazione è quanto di più rozzo io abbia mai visto galleggiare!
Sarebbe bastato poco per renderla più confortevole ed accogliente, ma loro vivono una vita talmente selvaggia e dura che probabilmente non si accorgono di certe deficienze.
Il timone è costituito da una fredda ruota metallica che trasmette la rotazione mediante una catena legata ad una corda di canapa tutta annodata e l’ acceleratore altro non è che una corta leva di legno inchiodata alla paratia della cabina a cui è legato uno spago che va direttamente al motore, sotto ai nostri piedi e rumorosissimo.
Strumenti che segnalino temperatura, pressione olio ed altro non ne esistono, così come non esiste bussola a bordo. Il motore si avvia con una corda passata intorno al volano ed un fuoribordo da 20 cavalli aiuta a imprimere una maggior velocità agli 8 metri del pesante scafo di questa “chalupa chilote”.
Lisette è anche la figlia maggiore di Victor,  ha studiato a Santiago in un istituto per il turismo e vive a Puerto Natales, il centro abitato più vicino che dista ca. 800 km.,  dove gestisce l’ agenzia che dovrebbe mandare qui i turisti.
Noi siamo in sei: 4 medici, un agente di borsa, ed io guida di montagna, tutti italiani.
Il nostro viaggio è iniziato da Puerto Natales: due giorni di navigazione in nave mercantile da Puerto Edén. Con la Lisette ci siamo portati sulla terraferma, perché Puerto Edén è sull’ isola Wellington, ed in due giorni di cammino sotto una pioggia incessante abbiamo attraversato trasversalmente la Penisola Exmouth giungendo ad una baia dove la rustica lancia, che aveva nel frattempo circumnavigato l’ imponente istmo, ci aspettava.
Il Caleuche  è una nave fantasma che appare ai naviganti durante le tempeste che da queste parti sono tutt'’altro che rare. Non uno di loro accetta discussioni sull’ esistenza del Caleuche, la nave fantasma esiste e basta!
Circa quattrocento anni orsono l’ equipaggio di un vascello pirata inglese che navigava il dedalo di canali e fiordi della costa cilena, si ammutinò al suo capitano uccidendolo.
Una maledizione da allora condannò la nave a non trovare la rotta per il mare aperto e quindi il Caleuche continua la sua infinita ricerca della via d’ uscita dall’ arcipelago più vasto della Terra.
Siamo i primi turisti a spingerci da queste parti da quando a questi burberi personaggi è venuto in mente di pescare meno molluschi e dedicarsi al turismo.
La zona possiede certamente dei tesori unici dal punto di vista naturalistico, primo tra tutti il ghiacciaio Pio XI che getta il suo fronte di 6 km. nel mare del Fiordo Eyre nel quale stiamo navigando alla sua volta. Sinistri icebergs galleggiano spinti dal vento che fa formare corte e fastidiose onde tra le quali saltano numerosi delfini e dove ogni tanto appaiono grosse foche.
Oltre ai ghiacciai che scendono al mare, il Pio XI non è l’ unico è solo il più imponente; le coste sono ripide e formano catene montuose perennemente innevate che raggiungono facilmente i duemila metri di quota e che quindi hanno dimensioni considerevoli, visto che si innalzano a partire da pochi metri dal livello del mare.
Fino ai mille metri di quota si trovano boschi di faggio di rara bellezza e l’ entroterra è punteggiato di laghi di ogni dimensione e dalle pareti più ripide cadono gigantesche cascate.
Detto così questo posto sembrerebbe il paradiso terrestre, circostanza dovuta anche al nome della baia Jetarktè che l’ uomo bianco ha ribattezzato Puerto Edén e che è l’ unico insediamento umano in circa 1500 kilometri di costa, ma non è proprio così.
Certamente la bellezza di questi luoghi è qualcosa di unico ed esagerato ma non si concede ai suoi visitatori tanto facilmente.
Il terreno è ricoperto di torba fangosa per uno spessore che va dal mezzo metro ai due e la piovosità, che fa registrare 340 giorni di pioggia l’ anno, fa si che il bosco cresca in maniera smisurata e quindi risulti pressoché impenetrabile.
Gli unici sentieri che esistono sono stati ricavati abbattendo alberi e costruendo ponti per attraversare una rete di fiumi  molto estesa. L’ unica calzatura utilizzabile è lo stivale di gomma che è un noto produttore di vesciche sui talloni a causa della sua inesistente traspirabilità.
Noi calziamo degli scarponi da montagna e presto i nostri piedi sono inzuppati fradici, ma ce ne curiamo poco, intanto curarsene molto non servirebbe a migliorare il nostro stato, ora!
Le notti trascorrono calme perché la costa molto frastagliata offre sempre una baia sottovento al riparo dalle forti correnti, dove poter dare l’ ancora che veglia sui nostri sonni.
Quando decidiamo di pernottare, spento finalmente l’ assordante  motore, Juan solleva la pesante ancora ottenuta saldando tra loro vari pezzi di rottame di ferro (da qualche parte sul fondo si aggancerà) e la lascia cadere stancamente fuoribordo a prora e prima di cena va a pescare con la rete un robalo a testa, non uno di più. L’ operazione richiede non più di 15 minuti.
Victor si mette ai fornelli e Hugo controlla i motori prima di dedicarsi anche lui alla preparazione della cena.
La notte, il tamburellio della pioggia sul tambuccio di legno ci fa compagnia prima di addormentarci nei nostri caldi sacchi a pelo ed ogni tanto si sente uno sciabordio contro la chiglia quando un leone marino viene a farci visita amichevolmente.
In questi mari vivevano gli indios Kaweshkar fino a pochi anni fa  prima che l’ alcool introdotto dal contatto con l’ uomo bianco ne decretasse la fine.
Vivevano nudi nonostante le temperature locali tutt’ altro che miti e si immergevano in mare per raccogliere i molluschi di cui, tra gli altri, si nutrivano. Non avevano ne un capo ne un dio e quando non dovevano procurarsi da mangiare si abbandonavano all’ ozio ed al gioco.
Ogni famiglia formava un nucleo indipendente che si spostava a bordo di una semplice canoa a remi ed a vela.
La dimestichezza che gli ormai ultimi  indios rimasti a Puerto Edén denotano nei confronti dell’ acqua è sorprendente, mi racconta Marcella una ragazza cilena che ha scelto di vivere qui e che si occupa dell’ unica locanda presente nel villaggio.
Anche se purtroppo si ubriacano spesso, i Kaweshkar non possono annegare! Hanno preso qualcosa dai pesci, dagli uccelli e dalla foresta perché nessuno meglio di loro sa vivere in questi ambienti selvaggi e probanti per chiunque.
Quando qualcuno di loro si imbarca sulle lance dei “cholgueros”, i raccoglitori di molluschi che colonizzarono questo luogo provenendo in maggior parte dall’ isola di Chiloè, per lavorare alle campagne di estrazione che a volte durano anche 2 mesi, capita ogni tanto che le imbarcazioni vengano colte da violente tempeste.
Ebbene, ogni pescatore potrà confermarvi di non avere mai visto in quei tragici momenti, la paura negli occhi di un kaweshkar nel mare in tempesta.
Loro hanno un senso per questo posto già da bambini, mi racconta Victor, il nostro “capitàn”.
Quando giocano tra loro, i bambini lo fanno tirando lungo le rive del mare piccole barche giocattolo con uno spago. Quando sono un po’ più grandi vanno in piccoli gruppi a zonzo per i canali con la barca che ogni famiglia possiede (esistono  anche delle unioni di sangue misto) e dovreste vedere con quanta abilità remano e pescano i piccoli di sette, otto anni di età.
Alle poche famiglie Kaweshkar è concesso ancora cacciare le foche con l’ arpione a mano, ma solo a loro. 50 “lobos marinos” ogni anno per tutta la comunità che comunque sfrutta per l’ artigianato le pelli e le ossa dei mammiferi. Le carni vengono mangiate ed esiste un grande rispetto da parte loro verso questi imponenti animali che da sempre rappresentano parte fondamentale della loro esistenza.
Ogni Kaweshkar sa che la sua razza sta per finire e questo traspare dai loro sguardi malinconici quando si fermano a fissare l’ orizzonte (sempre presente nella loro vita) durante le loro tranquille giornate, mentre lavorano con positiva pigrizia o mentre passeggiano oziando tra le poche  case di Puerto Edén.
Anche se oggi tutti i Kaweshkar del villaggio possiedono una casa con la televisione ed ogni comodità, finanziata dal Governo al fine di preservarne comodamente la razza, nel cuore di ognuno di loro si avverte che esiste un sentimento di libertà repressa per sempre, perché è difficile voler credere che un popolo marinaro nomade e cacciatore si trasformi in assistito socialmente e “civilizzato” senza soffrirne enormemente.
Quando doppiamo il capo settentrionale della Baia Elizabeth lo spettacolo che ci si offre è superbo! Un fiume di ghiaccio largo 6 kilometri  e  la cui lunghezza si perde nelle nebbie che avvolgono tempestose il Cerro Lautaro dal quale si origina 30 km più a monte, si getta immobile nel mare del fiordo attraverso il quale ci stiamo affannosamente avvicinando a bordo della minuscola Lisette.
A ritmi irregolari si staccano dal fronte del ghiacciaio, alto dal livello del mare fino a 100 metri, enormi blocchi di ghiaccio a volte costituiti da torri altissime che quando cadono in mare sollevano grandi onde che arrivano fino a noi facendo beccheggiare la Lisette.
Ci avventuriamo lungo la morena destra idrografica del ghiacciaio PioXI fino a dove la sua superficie meno crepacciata ci offre la possibilità di intraprendere una passeggiata tra i suoi seracchi con i ramponi ai piedi.
Il ghiacciaio fu così nominato dal suo esploratore e scopritore Alberto Maria De Agostini: missionario salesiano in Patagonia e Terra del Fuoco dei primi del novecento e senza dubbio il più grande esploratore delle solitudini patagoniche.
Alpinista, geografo, impeccabile fotografo e ricercatore scientifico, De Agostini esplorò, si può dire, tutta la Patagonia cordiglierana addentrandosi per primo fino alle “pampas de hielo”* del più vasto ghiacciaio continentale del pianeta: lo hielo continental sur.
Oltre a prime ascensioni alpinistiche, (la prima del S. Lorenzo e del misterioso Monte Torino, oltre ad altre di minor importanza) scoperte di luoghi ed animali sconosciuti, De Agostini ci ha lasciato i più completi libri sulla geografia patagonica.
E’ sulle sue tracce che si svolgono i miei viaggi e solo la curiosità mi spinge in quei luoghi remoti dove il vento ti parla come fosse una persona e dove  spazio e tempo non hanno dimensione nella solitudine infinita che si percepisce dal suo odore. Si la solitudine ha un odore!
E proprio dall’ odore si percepiscono i posti, secondo me, e la Patagonia di odori ne ha due: uno cileno ed uno argentino.
Accadde che in prossimità della cima del Fitz Roy una brezza da nord-ovest non aveva ancora portato con se le solite nuvole di tempesta ma che inconfondibilmente era pregna di un odore di salsedine che, almeno io, avvertivo chiaramente.
Che sia il destino di chi fa l’ alpinista di professione essendo nato al mare…
Un'altra volta mentre attraversavo lo Hielo Continental con gli sci e tre compagni, una tempesta molto violenta ci accompagnava ormai da vari giorni e noi eravamo veramente stremati dalla lotta contro il vento e le incrostazioni di ghiaccio che si formavano sulla parte destra dei nostri corpi fino a non farci più vedere nulla da quella parte.
Improvvisamente si aprì uno squarcio nel cielo bianco e due otarde atterrarono sulla neve poco distanti. Sicuramente si erano perse nella tempesta perché arrivavano dalla direzione in cui si trova il mare e da cui soffiava il vento, ed avevano visto in noi un punto di riferimento in quell’ infinita distesa bianca. L’uomo, che solitamente caccia quegli uccelli, era diventato la loro salvezza o perlomeno il loro momentaneo conforto nello smarrimento. Del resto cosa potevamo fare noi per loro?
Ci guardarono e noi guardammo loro fino a che scomparimmo entrambi uno alla vista dell’ altro, per la lontananza che ci separava sempre piú e siccome la terra è sferica loro videro noi per un tempo piú corto di quanto invece noi vedemmo loro. Un odore di uccelli, di  quelli che si sentono nei pollai si diffuse nell’ aria e per me queste due volte furono quelle in cui l’ odore del Cile si mescolò a quello dell’ Argentina.
Sempre da quelle parti
Non prendetemi per monotematico geografico ma lo Hielo Continental patagonico lo considero un luogo estremamente romantico, nonostante al sua freddezza di ghiacciaio e la sua durezza ed avversitá climatica costante.
In quella distesa bianca, rimasta tale solo per un ovvio errore della natura, si concentrano le caratteristiche che secondo me la montagna deve avere per farsi apprezzare, ovvero:isolamento, complessitá nell’ accesso, maltempo costante (poi spiegheró come una simile caratteristica possa rivelarsi positiva) e presenza di zone inesplorate dall’ uomo o semisconosciute.

Guide Alpine Star Mountain, Via Gallesio 27/29, 17024 Finale Ligure (SV) P.IVA 01328100092
tel:
+39 019.6816206 - fax: +39 019.692.060
orario ufficio: lun-ven 9-13 14-18